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Brevi riflessioni in tema di “scudo penale” per il personale della Forze dell’Ordine

Lo “scudo penale” – anche se è un termine improprio e pieno di insidie -rappresenta un meccanismo che impedisce l’iscrizione nel registro degli indagati per gli agenti delle Forze dell’Ordine in caso di reati ipotizzati a loro carico, mirando a rafforzare le garanzie per gli agenti, soprattutto in contesti di legittima difesa o durante l’espletamento dei loro doveri.

Si dibatte da tempo attorno al tema tra proposte di riforma e resistenze sociali. Si tratterebbe di modificare il Codice di procedura penale per prevenire  l’iscrizione automatica nel registro degli indagati di poliziotti e carabinieri che usino l’arma di ordinanza in situazioni critiche. Questo aggiornamento normativo mirerebbe a riconoscere e salvaguardare il ruolo e l’integrità delle forze dell’ordine, spesso esposte a rischio durante il compimento del loro dovere. Secondo fonti governative “non si tratterebbe, di una ‘scriminante’ o di una causa di non punibilità” 1, tantomeno si interverrebbe sul diritto sostanziale, piuttosto sul Codice di procedura penale, “immaginando forme di non immediata iscrizione nel registro degli indagati quando è evidente che l’appartenente alle Forze dell’ordine ha usato l’arma di ordinanza nell’esercizio delle sue funzioni”. La questione delle tutele per le forze di polizia tocca, inevitabilmente, un principio politico e sociale di primaria importanza: i cittadini e la politica dovrebbero sostenere quotidianamente chi rischia la vita per garantire la sicurezza della collettività e non chi delinque.

L’iscrizione, infatti, avverrebbe solo in presenza di prove evidenti contro il soggetto indagato. Inoltre, la competenza passerebbe dalle procure ordinarie alle Corti d’Appello, nel tentativo di ridurre i tempi e le pressioni sugli operatori delle Forze dell’ordine.

Lo scopo è quello di tutelare gli agenti dalle lunghe indagini che spesso comportano sospensioni dal servizio e dallo stipendio, con inevitabili ripercussioni professionali e personali. Tuttavia, la discrezionalità del magistrato inquirente rimarrebbe intatta: quest’ultimo potrebbe procedere qualora emergessero elementi di prova sufficienti durante le indagini.

La questione pone dubbi di legittimità e di equità, soprattutto in ordine al principio secondo cui la legge è uguale per tutti, così come sostengono i Costituzionalisti.

1. In particolare quelle di cui agli articoli 50 (consenso dell’avente diritto), 51 (l’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere), 52 (legittima difesa), 53 (l’uso legittimo delle armi) e 54 (stato di necessità), dato che questi articoli regolano le cause di giustificazione e offrono un quadro normativo che dovrebbe tutelare chi opera nel rispetto della legge in situazioni di estrema complessità. È indispensabile riconoscere come il lavoro delle forze dell’ordine si svolga in condizioni estremamente difficili, dove la prontezza decisionale può fare la differenza, fino a prova contraria, tra salvare vite o perdere il controllo di una situazione critica.

Ad esempio il Professor Curreri ha evidenziato come un rischio di "sbilanciamento" a favore degli agenti, dal punto di vista delle tutele, sia concreto. Perché le forze dell'ordine verrebbero a trovarsi in una condizioni di "privilegio" rispetto ad altre categorie professionali, come ad esempio i medici, che per il loro operato possono essere indagati. "Nel nostro ordinamento, nel rispetto del principio di uguaglianza, non significa che le regole devono essere necessariamente uguali per tutti. Di fronte a situazioni diverse si possono e si devono adottare regole diverse. Faccio un esempio: nel caso ci fosse un terremoto e il governo decidesse di sospendere il pagamento delle tasse per coloro che vivono nelle zone colpite dal sisma, nessuno potrebbe dire che ci sarebbe una violazione del principio di uguaglianza, perché le circostanze giustificherebbero per quei cittadini un trattamento diverso. E lo stesso ragionamento vale per le norme sulle quote rosa. In astratto è pacifico che il legislatore possa prevedere regole diverse per situazioni diverse, non è una violazione del principio di uguaglianza", ha detto Curreri.

Al riguardo, il Ministro della Giustizia Nordio, ha ipotizzato di estendere la nuova procedura a tutti i cittadini, al fine di non riservare un trattamento privilegiato esclusivamente alle forze dell’ordine. Questa proposta, pur mirando a garantire equità, apre a riflessioni sulla sua attuazione pratica e sugli eventuali impatti sul sistema giudiziario. L’estensione della procedura a tutti i cittadini influirebbe di fatto sulle fattispecie di legittima difesa, introducendola di fatto in automatico.

L’introduzione di tutele da parte di chi le contesta viene vista come un tentativo di sottrarre gli operatori di polizia alle loro responsabilità, mentre da chi vorrebbe introdurle come uno strumento per garantire un equilibrio tra tutela dei diritti individuali e necessità operative. Il rispetto delle scriminanti già previste dal Codice penale, accompagnato da regole d’ingaggio chiare, una copertura legale adeguata e una corretta gestione dell’informazione di garanzia, potrebbe contribuire a creare un sistema più equo e funzionale.

La questione è al vaglio dell’ufficio Affari giuridici di Palazzo Chigi e del Ministero della Giustizia. Non essendo stato inserito come emendamento al DDL Sicurezza - il quale ha nel mentre previsto che gli operatori potranno essere dotati di  bodycam, con un investimento statale da oltre 20 milioni nel triennio ed introdotto anche un sostegno economico per le spese legali fino a 10.000 euro per agenti coinvolti in procedimenti giudiziari relativi al servizio - resta da stabilire se la norma sarà oggetto di un disegno di legge autonomo o di un decreto ad hoc.

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