Un giorno sono stata contattata da una mamma, la quale mi riferiva che sua figlia, di circa quindici anni, all’uscita da scuola,
si era recata dai Carabinieri, accompagna da un’amica, accusando entrambi i genitori, di essere stata maltrattata e di subire una serie di umiliazioni
già da diversi anni.
La minore raccontava ai militari di essere la prima di due figlie, e che dalla nascita della secondogenita sua madre era cambiata,
non la guardava più con la stessa attenzione di prima.
Il suo racconto veniva documentato da foto che mostravano, presumibilmente, le lesioni subite.
Riferiva di essere stata costretta, dopo l’ennesima “violenza” a chiamare il telefono azzurro.
Passate diverse ore dall’esposta denuncia, i carabinieri contattavano i
genitori, che peraltro erano in stato di forte agitazione non vedendo arrivare la figlia, riferendoli di quanto erano stati notiziati.
Da quel momento, partita la segnalazione alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni, su richiesta dell’Autorità Giudiziaria,
i servizi sociali del territorio, hanno avviato le indagini.
G. intanto decideva di non fare ritorno a casa, e veniva collocata temporaneamente dagli zii.
Il Tribunale per i Minorenni disponeva pertanto, con decreto provvisorio, l’affido della minore al servizio sociale.
G. dopo solo pochi giorni ha iniziato a sentire il bisogno di rivedere i propri genitori, con i quali inoltre non aveva mai smesso di rimanere in contatto,
anche attraverso la mediazione della sorella minore.
La permanenza dagli zii è durata poco; dopo qualche giorno G. ha espresso la necessità ed il desiderio di fare ritorno a casa dalla propria famiglia, la stessa
alla quale aveva rivolto pesanti accuse.
Si sono svolte le indagini del servizio, fatte di una serie di incontri con G., i genitori, i docenti, gli zii.
Gli educatori hanno effettuato le consuete visite domiciliari.
G. iniziava a realizzare e soprattutto ad ammettere a se stessa, ed alla propria famiglia, che non ricordava nulla di quanto aveva raccontato, che nulla era vero
e che con molta probabilità era stata costretta ad assumere qualche sostanza che l’aveva condotta a raccontare quelle infamanti bugie.
Anche in udienza, davanti al magistrato, ha continuato ad affermare di non ricordare nulla di quel giorno.
Chiede scusa ai propri genitori; inizia ad imparare a manifestare i suoi desideri, a comunicare l’amore e la gratitudine verso di loro;
nel frattempo vengono avviate terapie individuali e familiari, tutte concluse con l’effetto sperato: ritrovarSi.
Dopo due anni, che per la giustizia minorile sono pochi, ma per una famiglia accusata ingiustamente sono tanti, la vicenda processuale sì è conclusa,
il decreto di affidamento provvisorio è stato revocato.
I genitori ritornano a vivere.
In questi anni G. è cambiata; è cambiata la sua vita e quella dei suoi genitori.
In modo violento qualcuno ha imparato qualcosa da questa terribile esperienza.
G. ha preso in mano la sua vita, ne ha fatto un capolavoro e ancora continua a farlo: ha cambiato percorso scolastico,
ha cambiato il modo di relazionarsi con gli altri, è cambiato il suo ruolo in un rapporto di coppia, è cambiata Lei è tutto quello che portava dentro.
Il suo è stato un grido di aiuto, certo un grido sbagliato; ma nel suo modo, inconsapevolmente, ha voluto scrivere ed urlare che anche lei esisteva,
che aveva bisogno di aiuto, ma soprattutto chiedeva di essere amata nel modo in cui lei aveva bisogno.
Ora G. si ama. Ed ama i suoi genitori più di prima.
Quello che hanno imparato loro? Ad amarla come chiedeva, a volgerle un sguardo diverso, a darle lo spazio di cui aveva bisogno.
Certamente non era forse necessario che si aprisse un procedimento, che intervenissero le autorità per risvegliare emozioni o per
imparare a chiedere, a parlare, ad amare: in questo caso è ciò che è accaduto, e questo rimarrà per sempre nelle loro Vite, nella Vita di Adesso,
che farà inevitabilmente parte di quello che G. e questa famiglia diventeranno
Il passato fa parte di Noi, e Noi siamo il passato dal quale veniamo.